Corpi multiversali, codici e allucinazioni
Uscire dalla trappola logica dell’“anima”
Corpi multiversali, codici e allucinazioni

Durante le nostre discussioni su “Artemis II”, abbiamo proposto un concetto quasi fantascientifico: trasferire completamente la coscienza umana in un corpo robotico su Marte tramite un’interfaccia cervello-computer. A questo, il nostro socio e caro amico Gino ha posto una domanda profonda: anche se il corpo fisico e la coscienza potessero essere replicati, quella “anima” unica migrerebbe insieme a loro? Se l’anima fosse irriproducibile, l’entità su quel pianeta lontano sarebbe davvero “me”, oppure solo un guscio vuoto privo di spirito?

Questa domanda, apparentemente tecnica, ci costringe in realtà ad affrontare un mistero molto piú antico: l’essere umano possiede un “sé” che trascende il corpo fisico?

I. L’anima: inesistente o esistente in un’altra forma?

Dal punto di vista della razionalità scientifica, l’anima non è mai stata dimostrata come entità indipendente dalla materia. Siamo cresciuti con l’idea che l’essere umano sia un organismo biologico a base di carbonio, discendente di Homo sapiens, ed un complesso sistema biochimico. Tuttavia, religioni e miti continuano a raccontare l’esistenza dell’anima e della reincarnazione.

Sono sempre rimasta scettica verso il soprannaturale. Se le anime esistono davvero, dove sono? Sulla Terra? Nel cosmo?

Se ogni persona avesse un’anima, quanto sarebbe affollato questo mondo? Possiamo davvero immaginare di bere un caffè accanto a un’anima senza accorgercene?

Eppure, mano a mano che cresce la mia esperienza di vita, la parola “anima” è diventata indispensabile nella creazione artistica e nella comunicazione. Infatti, si parla incessantemente d’anima: nell’arte, nel ricordo, nell’amore e negli addii

Forse allora una definizione piú razionale emerge: se l’anima non è un’entità fisica, ma lo spirito, il carattere ed il “calore” con cui una persona viene ricordata, allora esiste davvero. Forse è un contenitore di significato.

Non richiede prove scientifiche, ma vive nella percezione.

E quando la ragione umana raggiunge i propri limiti, possiamo oltrepassarli solo essendo umili.

Sebbene io non riesca a costringermi a credere in un’entità soprannaturale, mantengo appieno questo moderato scetticismo, accogliendo con tutto il cuore questa “bellezza e invisibile speranza”.

II. Che cos’è davvero l’“io”?

Se il nostro corpo cambia completamente ogni sette anni e la coscienza si interrompe durante il sonno profondo, perché ci sentiamo sempre gli stessi?

Le neuroscienze suggeriscono che il “sé” sia un modello dinamico creato dal cervello per mantenere continuità. In condizioni di esperienze di pre-morte (Near-Death Experience – NDE) o di stress estremo, questi confini possono crollare, dando luogo alle cosiddette “esperienze extracorporee” (Out of Body Experience – OBE). Ciò appare piú come una specifica modalità operativa del cervello sull’orlo del collasso, piuttosto che come la prova dell’esistenza dell’anima.

Ma se l’anima è un contenitore di significato, allora amore, estetica e libero arbitrio diventano espressioni profonde della propria esistenza. Coloro che credono fermamente nell’anima credono, in sostanza, che ci sia qualcosa nella vita che non possa essere digitalizzato o consumato dall’entropia.

In questo contesto, “anima” non è piú un sostantivo statico, ma un verbo attivo. Per i vivi, credere nell’anima offre il conforto che i propri cari defunti esistano ancora da qualche parte, dando al nostro ricordo un luogo in cui riposare. Per i moritūri, credere nell’anima trasforma la morte da un freddo, alto muro in una porta che conduce a paesaggi inesplorati.

Indipendentemente dal fatto che l’anima esista o no, questa speranza è, in sé stessa, una forma di realtà. Quando crediamo, le nostre vite diventano piú resilienti, piú calde e piú coraggiose nell’amare e nel sopportare la sofferenza. Ciò che stiamo vivendo non è “Chi sono io?”, bensí — “Chi sto diventando?”

III. E se l’“io” può essere replicato?

Tornando alla domanda di Gino: se la coscienza può essere replicata, l’anima perde forse di valore?

Supponiamo che la tua coscienza venga perfettamente replicata e inviata su Marte. Un anno dopo, considereresti ancora quella replica come “te stesso”? Molto probabilmente no. Nell’istante esatto in cui la replicazione è completata, i vostri percorsi inizieranno a divergere. Anche se il punto di partenza è identico, le esperienze non potranno mai sovrapporsi davvero. Persino i gemelli, con geni quasi identici, conducono vite del tutto diverse.

Il “sé” con cui ti identifichi davvero non è una struttura astratta di informazioni, bensí quella catena ininterrotta di esperienze soggettive e continuative. Il tuo dolore tocca solo a te sopportarlo; le tue scelte alterano soltanto la tua realtà. Il nostro universo è un processo di costante entropia, e il significato non svanisce a causa della replicazione ma, al contrario, si riduce. Non appartiene piú a un qualche astratto “sé unico”, ma al momento stesso che stai sperimentando, alla specifica traiettoria di realtà che stai vivendo in questo momento.

Se un giorno arriveremo a replicare perfettamente lo stato di un cervello umano, anche la replica dirà: “Ho un’anima. Io sono colui che sono”, Ἐγώ εἰμι.

Perché il sé non è uno stato statico, ma un processo in continuo divenire. Quanto a come la coscienza umana emerga originariamente dalla materia? Questo rimane uno dei più grandi misteri irrisolti nel mondo della scienza.

IV. Sfuggire alla trappola: l’esistenza è la prova

Credo che la domanda se “gli esseri umani abbiano un’anima” sia, in sé stessa, una trappola logica. Tenta di forzarci in un risultato binario di “esistenza” o “non esistenza”, facendoci così perdere le complesse possibilità che il mondo offre realmente.

Il motivo per cui l’umanità è così ossessionata dal definire l’anima è, nel profondo, un modo per combattere l’incertezza della vita. Temiamo il panta rei, la fluidità del sé, la distorsione della memoria e un mondo privo di una base assoluta. Temiamo di perdere tutto ciò che abbiamo immaginato, la mancanza di una definizione di bene e male, e la perdita della speranza. Così, abbiamo inventato la parola “anima” nel tentativo di far apparire tutto stabile.

Ma la realtà è questa: “l’esistenza” non ha bisogno di essere costantemente percepita; deve solo essere capace di continuare.

Finché riusciamo ancora a sentire la nostra presenza, rimaniamo noi stessi. Questo non è egocentrismo, ma la linea di base per la sopravvivenza. Se perdiamo la percezione di noi stessi, perdiamo il mondo, e potremmo persino diventare un peso per gli altri. Il mondo e l’individuo non sono mai stati su un piano di parità: il mondo non cambierà a causa della nostra scomparsa, eppure noi perdiamo l’intero significato del vivere se perdiamo noi stessi.

Pertanto, se l’anima esista o no non è la questione centrale. Il punto nodale è questo: dobbiamo sempre conservare il potere di decidere come vivere e, in definitiva, chi intendiamo diventare.

Conclusione: l’esistenza stessa non richiede spiegazioni

Quando cadi nella trappola speculativa dell’“esistenza dell’anima”, da quella fossa non tentare di comporre un’epopea, piuttosto, escine fuori.

Non abbiamo bisogno del vocabolario strutturato dell’“anima” per spiegare noi stessi. Essere vivi è, in sé, un dono; vivere è la prova diretta dell’esistenza del mondo. Quando affrontiamo la verità del nostro essere e l’inevitabilità della morte, la forza dell’“essere-per-la-morte” (向死而生) che manifestiamo è la testimonianza ultima dell’anima.

L’anima può rimanere non dimostrabile per ora, ma può certamente essere percepita. È nascosta in quella forza interiore che ci sostiene durante la lunga notte, è nella grazia di una mano che saluta dolcemente quando tratteniamo le lacrime. Dimora nei cuori di coloro che credono fermamente che “ogni cosa abbia uno spirito”.