Non ci accontentiamo di essere una specie effimera sulla Terra; aspiriamo piuttosto a diventare un’entità in cui informazione e coscienza coesistono e si propagano eternamente nel cosmo.
Mentre Artemis II trasporta i suoi quattro astronauti verso la Luna, sono colpita da una consapevolezza: per l’umanità, la paura della morte impallidisce di fronte alla forza gravitazionale dell’esplorazione. Eppure, quando rivolgo lo sguardo ai miei ambiti di ricerca — cinema 3D, AI, interfacce cervello-computer (BCI) e robotica — vengo improvvisamente assalita da un senso di crisi che sfiora una follia collettiva.
Stiamo ristrutturando noi stessi a una velocità senza precedenti: riconfiguriamo la coscienza attraverso l’intelligenza artificiale per superare i limiti del pensiero; abbattiamo le barriere della comunicazione con la BCI per decifrare le minime fluttuazioni della mente; rafforziamo il nostro corpo con protesi robotiche per sfidare la fragilità della carne. Progettiamo geni, creiamo pelle sintetica, carichiamo la coscienza nel mondo digitale, definiamo l’aspetto e l’intelligenza delle generazioni future. Tutto ciò converge verso una sola verità: l’umanità sta cercando di oltrepassare le leggi della natura, compiendo un grande passo da una vita basata sul carbonio a una intelligenza ibrida.
Come sostenitrice della tecnologia, trovo tutto questo entusiasmante. Tuttavia, come regista, la mia preoccupazione fondamentale è un’altra: nel percorso verso il divino, abbiamo ancora intenzione di preservare la nostra umanità?
Immaginate un giorno nel futuro: siamo seduti in una capsula sulla Terra, mentre la nostra coscienza viene trasmessa istantaneamente a una base su Marte per comandare legioni di robot impegnati a costruire una nuova civiltà. L’umanità diventa stratega, creatrice, esploratrice — servita da sciami di automi. Quando la nostra coscienza sarà completamente separata dal suo supporto biologico e opererà su piattaforme di silicio o fotoniche, quel “noi” sarà ancora davvero noi?
Quando il corpo fisico non sarà più una necessità, come cambieranno concetti radicati nella nostra natura biologica — sesso, emozione, morte e riproduzione?
Privati dell’impulso della dopamina, proveremo ancora piacere nell’intimità? Senza la minaccia dell’invecchiamento, della malattia e della morte, sceglieremo ancora di amare?
Oppure è forse vero che, per l’umanità, la carne è secondaria? Che finché la nostra coscienza persiste e la nostra curiosità rimane, saremo eternamente umani?
Forse non posso ancora offrire risposte, ma porre la domanda è ora essenziale. Dobbiamo comprendere perché, proprio nel momento in cui acquisiamo il potere di superare i limiti biologici, diventiamo così ossessionati dal definire la “umanità”.
Quando l‘umanità fosse sul punto di liberarsi della propria categoria corporea, non vorrei che si voltasse indietro ed improvvisamente comprendesse che nulla c‘è di piú prezioso di quegli istinti dolorosi e caotici.
Fermiamoci quindi a riflettere: nella nostra espansione incessante, stiamo davvero cercando di conquistare l’immensità dell’Universo, oppure stiamo esplorando il vuoto per ritrovare noi stessi, smarriti lungo il percorso dell’evoluzione?